da La Voce e il Tempo

Raccolta firme a Torino per salvare la Cavallerizza

Molte perplessità sullo smembramento del sito storico: avrebbe le carte in regola per rilanciarsi come accadde alla Reggia di Venaria.

E’ giusto mettere in vendita un monumento storico come la Cavallerizza Reale di Torino, patrimonio dell’Unesco?
Superando il parere negativo di molti osservatori e studiosi di storia locale, l’Amministrazione Appendino ha deciso di sì: il complesso delle antiche scuderie e del maneggio di Casa Savoia sarà smembrato e venduto al miglior offerente.
Accadrà nei prossimi mesi: la base dell’asta lanciata dal Comune è fissata a 11 milioni e 280 mila euro; termine del bando il 9 settembre con aggiudicazione il giorno successivo.
L’operazione immobiliare, destinata a ospitare nel monumento attività commerciali e residenziali, fa storcere molti nasi. È vero che gli edifici posti sul retro del Teatro Regio versano in condizioni di pesante abbandono, ma è anche vero che essi rientrano nel circuito delle Regge sabaude e che, a detta degli osservatori contrari, andrebbero rilanciati anziché messi in vendita.

Contro il piano di vendite si è schierato un comitato di cittadini che sta raccogliendo firme (www.comune.torino.it/referendum) per indire un Referendum abrogativo della delibera comunale. Ma è corsa contro il tempo, il bando comunale fissa i termini di vendita in autunno.

Dietro-front.
É grande la distanza fra la delibera voluta dalla Giunta Appendino (in continuità con le Amministrazioni di centrosinistra) e gli impegni che il Movimento 5 Stelle aveva assunto cinque anni fa, in campagna elettorale: i candidati grillini si erano dichiarati contrari a qualsiasi ipotesi di vendita e di utilizzo privato della Cavallerizza.
Chiara Appendino, nella sua veste di consigliere comunale e candidata Sindaco, aveva affermato di considerare «scontata la vocazione culturale del luogo» invitando a «lasciarsi alle spalle speculazioni commerciali ».
Non è andata così. L’8 febbraio scorso il Consiglio comunale, dopo alcune travagliate sedute, ha approvato il Piano unitario di riqualificazione del centralissimo complesso da 36 mila metri quadrati che è parte della Residenza sabauda di Palazzo Reale e per questo inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità Unesco.
Si tratta di un articolato «regolamento di condominio» che oltre a fissare le proprietà e gli utilizzi dell’area, ha dato nei fatti il via libera alla vendita, garantendo ai compratori la certezza delle destinazioni d’uso degli immobili.

Passaggi di mano.
La storia dello smembramento della Cavallerizza iniziò nel 2007 (sindaco Chiamparino) quando il complesso venne ceduto dal Demanio al Comune di Torino e, in parte, alla Cassa Depositi e Prestiti.
Nel 2010 Palazzo Civico sottoscrisse una convenzione con la società Cartolarizzazione Città di Torino (Cct) per la cessione della Cavallerizza a scopo di vendita. Con questa operazione la Cavallerizza si trovò a condividere il destino di altri immobili cittadini, alienati con alterne fortune per dare ossigeno alle casse del Comune: venivano ceduti sulla carta alla società Cct (controllata dal Comune) in modo da consentire all’Amministrazione di mettere subito a bilancio il valore economico, nonostante l’immobile non fosse ancora effettivamente alienato a soggetti terzi.
A Chiamparino succedette il sindaco Fassino, il quale tentò di rientrare in possesso della Cavallerizza, ma rinunciò per gli elevati costi di riscatto presso la società Cartolarizzazione Città di Torino.
Nel 2013 il Teatro Stabile di Torino rinunciò a usare l’ex Maneggio Alfieriano per i propri spettacoli. Il 23 maggio 2014 un gruppo di cittadini occupò il complesso, con l’obiettivo di opporsi alla vendita di quello che considerava un «bene comune». Diede vita ad iniziative culturali autogestite e all’«Assemblea Cavallerizza 14.45» contro la vendita del complesso. La mobilitazione cessò nel 2019 e alcuni tra gli animatori o sostenitori di quel movimento hanno oggi preso strade diverse: sia l’ex vicesindaco Guido Montanari che il docente Ugo Mattei hanno espresso, ad esempio, parere positivo sul piano di vendita.

Di chi è la Cavallerizza.
Scendendo lungo via Verdi, lasciandosi alle spalle il Teatro Regio, la prima porzione di edifi ci visibili della Cavallerizza (porzioni gialle e viola nella mappa) sono di proprietà del Fondo investimenti per la valorizzazione – Fiv di Cassa Depositi e Prestiti, destinati a ospitare una struttura turistico ricettiva nell’ala verso i Giardini Reali (un ostello o un albergo, in posizione di assoluto pregio) e servizi in quella verso via Verdi.
Sempre del Fondo di Cassa Depositi e Prestiti, insieme al Comune, sono gli edifici della Cavallerizza alfieriana, la rotonda Castellamontiana, il piano terra delle scuderie Nord e Sud (colore blu), spazi destinati alla fruizione pubblica collegata alla cultura (eventi, mostre…). Di fronte (in arancione), il maneggio Chiablese, anch’esso di proprietà del Comune, ma ceduto in concessione per 99 anni all’Università che vi ha aperto nel 2014 la nuova aula magna dell’Ateneo.
La società di Cartolarizzazione Città di Torino detiene la proprietà delle restanti parti del complesso. La cortina orientale, la scuderia sud, il corpo delle guardie (colore verde in mappa) sono destinati dal piano di riqualificazione a residenze artistiche e sociali da definire, mentre per la cosiddetta Ala del Mosca, in fondo al cortile principale della Cavallerizza (colore rosso), la cui destinazione è ad «attività direzionale», la Compagnia di San Paolo ha espresso interesse a trasferirvi la sede. Le due maniche verso via Rossini, a ridosso dell’Auditorium Rai, erano le antiche pagliere: saranno destinate ad attività artigianali.

Sarà Referendum?
«Più dell’ottanta per cento della Cavallerizza con il piano di vendita sarebbe trasformato in residenze di lusso e uffici direzionali di grande prestigio », denunciano gli animatori del Comitato #Latuacavallerizza, che si è costituito attorno alla «Società della Cura», una piattaforma di convergenza di movimenti sociali cui hanno già aderito, in tutt’Italia, più di più di 1800 realtà collettive ed individuali.
Obiettivo: raccogliere 10 mila firme di cittadini torinesi per abrogare la delibera del Comune che contiene il Piano di riqualificazione ed «evitare una fine ingloriosa e irreversibile per un bene comune della Città, che deve rimanere nella disponibilità degli enti pubblici».
Le obiezioni sulla carenza di risorse per «riscattare» gli edifici ceduti dal Comune e sullo stato di pluridecennale abbandono del complesso sono note agli attivisti, che rilanciano la proposta di un grande intervento pubblico, partendo da una mozione dello stesso Consiglio Comunale di Torino che nel settembre 2017 impegnava la Giunta «a richiedere alle Istituzioni sovraordinate – regionali, statali, europee – i fondi necessari a garantire il reintegro della porzione cartolarizzata».
«L’esempio virtuoso non è distante: è la Venaria Reale», spiega Risso, «anche quella Residenza sabauda versava in stato di abbandono totale fino all’inizio degli anni duemila.
Oggi, grazie a poderosi finanziamenti pubblici, è un polo culturale e turistico di livello europeo».

di Andrea CIATTAGLIA
La Voce e il tempo – 16 .05.2021

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